Il successo negli investimenti dipende per gran parte dalla nostra capacità di evitare errori e solo in misura minore dalla nostra capacità di fare le cose giuste.

Spesso gli investitori commettono errori pensando di prendere decisioni intelligenti. Si tratta di decisioni che hanno preso molte altre volte in passato o che hanno visto prendere a persone di successo. Per questo sono portati a pensare che siano soluzioni vincenti e non prendono in considerazione l’idea di metterle in discussione.

Tuttavia, come investitori dobbiamo mettere sempre in discussione tutto ciò che pensiamo di conoscere.

In questo e nei prossimi post analizzeremo alcune delle convinzioni più diffuse nel mondo degli investimenti. Cercheremo di spiegare come la ricerca di vie più brevi e l’affidarsi a concetti largamente accettati, possano determinare errori con un impatto tutt’altro che insignificanti sul risultato dei nostri investimenti.

Le scorciatoie per l’asset allocation.

Gli essere umani amano le scorciatoie; ci piace credere che esista sempre una via più breve per raggiungere il risultato. Pensate ad esempio alle diete miracolose che promettono di far perdere peso in poco tempo e con pochi sforzi, o i “maghi” che assicurano di indovinare per voi i numeri della lotteria facendovi diventare ricchi all’istante. Anche il mondo degli investimenti non si sottrae a questa regola e vi sarà capitato di imbattervi in alcuni semplici suggerimenti di investimento che promettono di massimizzare i vostri ritorni. Uno delle principi che spesso viene citato (anche in testate autorevoli) è quello secondo il quale la percentuale del vostro patrimonio investito in azioni dovrebbe corrispondere a 100 meno la vostra età (ad esempio se avete 40 anni dovreste investire in azioni il 60% del vostro portafoglio).

Semplice, no? E anche concreto e di facile applicazione. Ma davvero può funzionare?

Fonte: Internet

Ora, dobbiamo dirvi che molti studi accademici indicano come il 90% della performance di un portafoglio dipende dall’asset allocation, ovvero dal mix di asset del portafoglio e dal loro peso in percentuale. A questo punto dobbiamo chiederci: ma se l’asset allocation conta così tanto, è possibile che dipenda da un unico e singolo fattore, ovvero l’età?

Ovviamente no! La semplice regola che abbiamo esposto prima, ipotizza che tutte le persone della stessa età siano uguali, senza tenere in considerazione alcuni elementi di differenziazione come le entrate mensili di ciascuno, i loro obiettivi personali, le dimensioni del portafoglio.

Ma ancora più importante non prende in considerazione l’orizzonte temporale che è differente per ciascuna persona.

Definire il proprio orizzonte temporale è di cruciale importanza. E dobbiamo tenere conto che l’orizzonte temporale non deve essere spiegato come il tempo che ci separa da un certo obiettivo (es. “andrò in pensione tra 5 anni”).

Deve essere piuttosto definito come il tempo per il quale i nostri asset devono lavorare per noi, ovvero produrre risorse che possiamo consumare.

Vediamo un esempio concreto. Se abbiamo figli e vogliamo lasciare loro un certo patrimonio dovremo pianificare il nostro portafoglio in modo che la rendita ci consenta (insieme ad eventuali altre entrate) di sostenere i nostri consumi e lasciare intatto il patrimonio che vogliamo trasmettere.

Ma se non abbiamo eredi o non desideriamo trasmettere nulla, ecco che anche la nostra struttura di consumi e rendita potrà essere diversa e di conseguenza anche la nostra allocazione del portafoglio.

Inoltre nella nostra pianificazione dobbiamo tenere conto dell’inflazione e del fatto che essa non colpisce tutte le categorie di investitori allo stesso modo. Poichè nei paesi occidentali le aspettative di vita sono in continuo aumento, dobbiamo tener conto del rischio (se cosi si può chiamare) di vivere più a lungo di quanto abbiamo programmato e del fatto che l’inflazione potrebbe erodere sensibilmente nel lungo periodo il nostro potere d’aquisto.

 

Crescita e protezione del capitale allo stesso tempo

Vi sarà capitato di imbattervi in offerte di investimento che vi promettono crescita del capitale senza rischi di perdita. Sembra incredibilmente allettante vero? Beh non illudetevi… è quanto di più lontano ci sia dalla realtà e tra poco vedremo perché.

Fonte: Internet

Certo la protezione dal rischio è un elemento importante ma eliminare completamente il rischio significa anche eliminare il rischio di volatilità. E se eliminiamo la volatilità sicuramente eviteremo i periodi in cui il valore delle azioni scende ma allo stesso tempo staremo fuori dal gioco anche quando il mercato sale, il che accade nel 72% delle volte!

Eliminare completamente la volatilità significa restare sempre liquidi o investire in strumenti assimilabili al cash con ritorni prossimi allo zero (se non addirittura negativi), il che equivale a vedere il proprio potere d’acquisto eroso nel tempo dall’inflazione.

Dall’altro lato, la crescita richiede volatilità e questa comporta periodi di upside e periodi di downside. Ancora una volta è importante definire correttamente il proprio orizzonte temporale e la propria propensione al rischio in relazione ai propri obiettivi di lungo periodo. Di sicuro non possiamo prefissarci come obiettivo di avere allo stesso tempo crescita e protezione del capitale, cosi come non possiamo aspettarci di mangiare gelato tutti i giorni e perdere peso.

 

Azioni ad alto dividendo per flussi di cassa costanti

Uno dei fenomeni demografici di maggiore impatto è l’incremento dell’eta media nella popolazione dei paesi sviluppati. Questa tendenza continuerà ad aumentare e le persone dovranno affrontare periodi sempre più lunghi dopo il pensionamento. Ovviamente uno dei rischi principali è quello di non riuscire a far fronte alle proprie esigenze di cash durante il periodo della pensione, a maggior ragione con la prospettiva di pensioni statali che sono sempre più ridotte.

Una delle strategie che spesso vengono consigliate è l’investimento in azioni che distribuiscono corposi dividendi. Sotto alcuni punti di vista questa strategia potrebbe apparire sensata; ad esempio se consideriamo che le esigenze di questa fascia di popolazione sono principalmente di avere un flusso di entrate costante piuttosto che una crescita di capitale. E i dividendi (soprattutto in USA dove molte aziende pagano ogni 3 mesi) rispondono perfettamente a questa esigenza.

Fonte: Internet

Ma davvero questa strategia funziona sempre? Come detto all’inizio del post, dobbiamo sempre mettere in discussione ciò che crediamo di conoscere.

In primo luogo dobbiamo tener presente che i dividendi passati non sono garanzia di altrettante performance future. Le aziende, più spesso di quel che crediamo, tagliano i dividendi o addiritura li cancellano. In fondo i dividendi rappresentano una distribuzione di utili presenti o passati e qualora questi venissero meno, anche il dividendo potrebbe essere sensibilmnete ridotto o cancellato.

In secondo luogo quando valutiamo di acquistare una azione ad alto dividendo dobbiamo chiederci perché sia in questa situazione. A volte un alto dividendo può essere semplicemente il risultato di un crollo dei prezzi azionari (dal momento che il rendimento è calcolato come il rapporto tra l’ultimo dividendo distribuito e il prezzo attuale dell’azione).

In questo caso sarà bene verificare se il crollo dei prezzi sia solo dovuto a fattori emotivi contingenti del mercato o dovuto a risultati del business molto al di sotto delle attese, possibile preludio a successivi tagli del dividendo. Basti pensare a questo proposito che Lemhan Brother, poco prima di fallire pagò in agosto 2008 un dividendo ai propri azionisti.

Nel prossimo post continueremo ad analizzare alcune delle “scorciatoie” più diffuse e le trappole che si nascondono dietro a queste consuetudini spesso universalmente accettate.

Alla prossima!

 

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