Le grandi bolle speculative del passato

I mercati sono davvero efficienti? E se sì, lo sono in qualsiasi momento o solo temporaneamente? Cosa accade quando la psicologia della speculazione rende gli investitori simili ai “lemmings”, i piccoli roditori della tundra che, almeno nella credenza popolare, sono soggetti a suicidi di massa durante i periodi delle migrazioni?

Sulla irrazionalità degli investitori che origina incredibili bolle speculative sono stati scritti moltissimi libri; l’aspetto interessante è che nonostante le informazioni a disposizione e l’analisi dei casi passati, la storia tende ciclicamente a ripetersi uguale a se stessa.

Come investitori, cosa possiamo apprendere da questi episodi e come possiamo fare in modo di salvaguardare (se non addirittura trarre profitto) da questa irrazionalità nel momento in cui si manifesta?

In questo post ripercorriamo le più spettacolari bolle speculative del passato fino ai giorni nostri cercando di analizzare alcuni elementi distintivi che ci possono far riconoscere una bolla nel momento in cui si manifesta.

Caratteristica comune delle bolle speculative è la sfrenata corsa dei prezzi guidata dall’avidità degli investitori. In questa frenesia, ci si disinteressa completamente del valore di ciò che si sta comprando, nella convinzione che i prezzi saliranno all’infinito.

 

I bulbi di tulipano

Vi sembrano elevati i prezzi delle case al giorno d’oggi? In effetti, c’è stato un periodo in cui con un singolo bulbo di tulipano era possibile acquistare una casa in centro ad Amsterdam! Purtroppo non erano i prezzi delle case ad essere crollati ma la follia degli speculatori che aveva spinto il prezzo dei tulipani a livelli stratosferici. Tutto ebbe inizio alla fine del 1500 quando un professore di botanica si trasferì in Olanda da Vienna, portando con se una serie di bulbi di tulipano provenienti dalla Turchia. I bulbi gli furono rubati e successivamente immessi sul mercato, diventando nel decennio successivo uno strumento piuttosto costoso, per decorare i giardini olandesi. Molti tulipani furono colpiti da una malattia, chiamata il virus del mosaico, che scoloriva i petali e conferiva loro delle striature contrastanti (le cosiddette “fiamme”). Gli olandesi iniziarono a dare un particolare valore a questi bulbi infetti e in brevissimo tempo, più un bulbo aveva colori strani, più alto era il suo valore. Tanto più i bulbi crescevano di valore, tanto più le persone li consideravano un investimento intelligente, tanto che la corsa all’acquisto finì fuori controllo.

Erano tutti cosi convinti che i prezzi sarebbero saliti all’infinito che nel momento di massima espansione della bolla (dal 1634 al 1637) alcuni iniziarono a impegnare beni personali (case, gioielli, terreni) per acquistare bulbi che li avrebbero resi ancora più ricchi. Improvvisamente, cosi come si era gonfiata, la bolla inizio a sgonfiarsi, con una velocità e un effetto valanga che gettò il mercato nel panico più assoluto. Molti commercianti furono costretti a dichiarare bancarotta e i prezzi dei bulbi continuarono a declinare fino a quando non raggiunsero valori simili a quelli di una volgare cipolla.

Fonte: http://www.thebubblebubble.com/tulip-mania/

 

La bolla dei Mari del Sud

Meno di un secolo dopo, fu la volta della benestante Inghilterra a sperimentare una delle bolle speculative più devastanti. La compagnia dei Mari del Sud (South Sea Company) fu costituita nel 1711 per ridare in qualche modo credibilità al governo britannico sulla capacità di mantenere gli impegni presi. Infatti si fece carico di una cambiale governativa di quasi 10 milioni di sterline, ottenendo in cambio il monopolio di tutti i traffici commerciali nei mari del Sud. Che poi gli amministratori della compagnia fossero anche abili commercianti era tutto da dimostrare, infatti la compagnia non riuscì a generare i profitti ipotizzati; tra le attività poste in essere c’era anche la tratta degli schiavi che però non si dimostrò redditizia a causa dell’altra mortalità che si verificava sulle navi. Nonostante questi risultati non proprio brillanti, le azioni della compagnia non crollarono e anzi riuscirono anche a incrementare il loro valore. Poi , nel 1720, la svolta: sulle ali dell’entusiasmo la compagnia si offrì di capitalizzare l’intero debito pubblico inglese. Un’azione così decisa non poteva che colpire favorevolmente le masse. Quando venne presentata la relativa proposta di legge al governo, le azioni schizzarono da 130 sterline a 300!

Se vi sembra eccessivo, tenetevi forte, nel corso dell’anno seguente si scatenò la corsa all’acquisto di azioni della compagnia, e i prezzi arrivarono addirittura a superare le 1000 sterline. In questa euforia generale, non vi erano abbastanza investimenti in grado di soddisfare la richiesta e come sempre succede nei mercati, domanda e offerta finirono per riallinearsi… purtroppo nella direzione sbagliata. Crebbero come funghi infatti, nuove compagnie che promettevano investimenti dai ritorni elevatissimi, nei più disparati settori: compagnie che si occupavano di estrarre argento dal piombo e addirittura di creare la luce dai cetrioli. Ma la più bizzarra fu la compagnia “per realizzare un impresa di grandissimo vantaggio, ma nessuno sa cosa sia”. Il prospetto di investimento prometteva rendimenti stellari e ovviamente centinaia di investitori si precipitarono ad accaparrarsi le azioni di questa compagnia. Entro 5 ore dall’inizio del collocamento 1000 investitori avevano già coperto tutta l’offerta disponibile, dopodiché il promotore chiuse l’ufficio, si trasferì in Europa e nessuno lo rivide mai più…

Tornando alla Compagnia dei Mari del Sud, dopo che le azioni raggiunsero quelle quotazioni stratosferiche, qualcuno cominciò a dubitare che il valore delle azioni riflettesse il vero valore del business della compagnia. Anche in questo caso le vendite iniziarono a susseguirsi velocemente causando un effetto valanga. Cosi come si era formata, la bolla della compagnia dei mari del sud si sgonfiò, solo più velocemente e lasciando con un pugno di mosche gli ingenui investitori che avevano creduto in un aumento perpetuo delle sue quotazioni. Tra questi, Isaac Newton che dichiarò: “posso calcolare il moto dei corpi celesti, ma non la follia delle persone”. Evidentemente nemmeno la sua.

Fonte: http://www.telegraph.co.uk/

 

Le follie speculative del 20 secolo

Se il caso dei bulbi di tulipano e quello dei mari del Sud vi sembrano storie del passato destinate a non ripetersi, beh… proviamo a dare uno sguardo a tempi più vicini a noi e analizziamo alcuni fatti del XX secolo.

Ci spostiamo questa volta aldilà dell’oceano, negli Stati Uniti che a inizio del 1900 erano la terra delle opportunità in cui milioni di migranti si trasferivano per fuggire da fame e povertà e cercare ricchezza. In quel periodo il paese stava conoscendo un vero e proprio boom economico ed era impossibile non avere fiducia nel sistema economico americano. L’investimento in azioni sembrava diventato lo sport nazionale tanto che molte persone iniziarono a prendere a prestito soldi per investire in azioni (la storia si ripete, vero?). Il picco si registrò il 3 settembre del 1929, dopodiché la bolla, ancora una volta e in modo inesorabile si sgonfiò. Il successivo 24 ottobre, passato alla storia come il Giovedì nero, i volumi di vendita sul mercato raggiunsero quasi 13 milioni di azioni e alcuni titoli arrivarono a perdere tra il 40 e il 50 % del loro valore. Ma il panico non era finito: il 29 ottobre fu ancora una giornata terribile; il crollo in realtà prosegui per altri tre anni fino al 1932, con titoli blue chip che arrivarono a perdere più del 90% dal loro valore di picco (General Electric ad esempio tocco un massimo di 396,25 $ per azione il 3 settembre del ’29 e un minimo 3 anni dopo di 8,5 $ per azione).

Fonte: Internet

L’economia entrò in quella che fu definita La Grande Depressione e il mercato azionario impiegò più di 25 anni per recuperare i valori precedenti al crollo.

Ma non era finita qui; nei ruggenti anni ‘60 con lo sviluppo dell’elettronica vi fu nuovo impulso alla speculazione azionaria, soprattutto su aziende in crescita legate al mondo dell’elettronica. IBM e Texas Instruments finirono per quotare a multipli “indecenti” (P/E superiore a 80) ma nessuno sembrava mettere in discussione queste valutazioni, per non essere tacciato di eresia. Ancora una volta vi fu la corsa alla quotazione di un numero incredibile di società (come avvenuto nel periodo della bolla dei Mari del Sud). Non era importante il tipo di business, purché si dimostrasse che in qualche modo aveva a che fare con l’elettronica. Si sviluppo quello che fu poi definito Tronic Boom poiché gli investitori non erano minimamente interessati all’attività dell’azienda purché questa contenesse nel proprio nome un qualsiasi richiamo all’elettronica. Basti pensare che l’American Music Guild, la cui attività consisteva nella vendita porta a porta di giradischi, prima di quotarsi cambiò il proprio nome in Space Tone e le sue azioni, offerte a un valore unitario di 2 $, schizzarono in poche settimane ad un valore superiore a 14!

La cosa interessante è che all’epoca esisteva già la SEC, l’organismo di vigilanza che aveva il compito di tutelare i risparmiatori. In realtà nemmeno la SEC riuscì a proteggere i più ingenui dal separarsi dal proprio denaro. Diversi prospetti di quotazione riportavano in fatti diciture simili a questa “L’azienda non possiede beni e non realizza profitti e non riuscirà a pagare dividendi in un futuro prevedibile. Le sue azioni sono estremamente rischiose”. Tuttavia queste avvertenze furono ignorate dagli investitori allo stesso modo in cui un fumatore ignora le scritte sui pacchetti di sigarette. Il finale ovviamente potete immaginarlo da soli. Il Tronic Boom si sgonfiò nel 1962 portando con se ancora una volta fallimenti e distruzione di ricchezza.

Gli anni settanta furono caratterizzati da un ritorno ai valori fondamentali degli investimenti e alla prudenza. Iniziarono a brillare le blue chip, il cui nome è derivato dalle fiches di poker di più alto valore. Si trattava di azioni a grande capitalizzazione e con un business in crescita. Vi erano circa una cinquantina di queste azioni che vennero ribattezzate “Nifty Fifty”. Si diffuse la convinzione che investire in queste azioni fosse una cosa estremamente sicura, indipendentemente dal prezzo di ingresso. Diventarono anche una sorta di “àncora” per gli investitori istituzionali. Trattandosi di azioni altamente rispettabili, nessuno avrebbe mai messo in discussione la prudenza di un investimento come questo. Incredibile a dirsi ma la speculazione colpi anche queste azioni, che arrivarono a quotare a multipli di P/E tra 70 e 90. Come tutte le bolle anche questa si sgonfiò in breve tempo riportando i titoli a quotazioni più in linea con il loro valore.

Negli anni ‘80 seguirono poi altre 2 bolle speculative, quella delle biotecnologie che furono per quel tempo ciò che l’elettronica era stata negli anni ‘60 e la bolla del mercato azionario giapponese dove le aziende arrivarono a quotare a multipli di 60 volte gli utili, 5 volte il valore contabile e circa 200 volte i dividendi.

Le bolle speculative recenti

Nei primi anni 2000 scoppiò poi la bolla di Internet, che rappresentava una nuova tecnologia e prometteva di rivoluzionare il modo con cui scambiarsi informazioni e acquistare beni e servizi. La descrizione di questa bolla meriterebbe un post a parte. A titolo di esempio possiamo citare Cisco che all’apice della bolla quotava a multipli P/Ea tre cifre; se anche fosse stata capace di far crescere i propri utili del 15% su base annua, dopo 10 anni avrebbe avuto ancora multipli ben superiori alla media anche in ipotesi di prezzo stabile. Se poi fosse stata capace di far crescere i propri utili ad un tasso del 15% (contro un 5% dell’economia reale) per i successivi 25 anni, sarebbe diventata addirittura più grande dell’economia stessa!

Per giustificare queste folli valutazioni gli analisti si inventarono nuove, e a volte bizzarre, metriche di valutazione. Ad esempio alcuni iniziarono a valutare le aziende sulla base dei “contatti visivi” sul loro sito, ovvero la quantità di persone che guardava la pagina web, oppure basandosi sui cosidetti “acquirenti impegnati”, ovvero coloro che passavano più di 3 minuti su un sito web. A nessuno importava del fatto che i “contatti visivi” o gli “acquirenti impegnati” non spendevano un euro sul sito internet dell’azienda!

Anche in questo periodo si moltiplicarono le quotazioni di startup che spesso non avevano ne ricavi ne utili e quando non erano vere e proprie truffe, nel migliore sei casi erano semplicemente idee strampalate. Ma sfruttando l’”etichetta” di Internet riuscirono in ogni caso a trovare investitori disposti a concedere loro una chance (e un bel po’ di soldi).

Ad esempio, Digiscents offriva una periferica che si poteva connettere al computer e avrebbe fatto odorare i siti web e i giochi per PC. L’azienda bruciò milioni di dollari nel tentativo di sviluppare il prodotto.. senza riuscirci.

Il dispositivo  Digiscents – Fonte: http://www.startupover.com

La bolla scoppio inesorabilmente nel 2001 e anche titoli “blasonati” come Amazon, Yahoo e Lucent, arrivarono a perdere più del 90% del loro valore.

Infine, al termine del primo decennio degli anni 2000 scoppiò la bolla immobiliare negli Stati Uniti. Con molte analogie verso quella dei tulipani, la bolla immobiliare fu originata da politiche governative e di concessione di prestiti da parte di istituti di credito che favorirono un incremento nella domanda di case.

I prestiti venivano concessi anche a coloro che erano definiti “Ninja” (no income, non job, no asset) ovvero persone che non avevano lavoro, non avevano entrate di denaro e non possedevano nessun bene a garanzia del prestito ricevuto. Non ci vuole un genio a capire che il rischio di insolvenza sul prestito ottenuto in questo caso fosse quasi una certezza.

Chiaramente fino a quando i prezzi delle case avessero continuato a salire, il creditore sarebbe stato tutelato dall’aumento del valore dell’immobile, e chi avesse preso a prestito denaro, in caso di insolvenza avrebbe potuto rivendere la casa e ripagare il debito, magari guadagnandoci anche qualcosa.

Quando la bolla scoppio, i suoi effetti furono più tragici per le famiglie americane di quanto non fosse stato lo scoppio della bolla di internet. La casa monofamiliare infatti rappresenta spesso la componente più importante nel portafoglio di piccoli investitori e il crollo dei prezzi immobiliari ha avuto un impatto immediato sulla ricchezza delle famiglie e soprattutto sulla loro percezione di benessere.

Lo scoppio di una delle bolle speculative più pesanti che si ricordi ha incrinato pesantemente il sistema finanziario degli Stati Uniti e dato il via ad una pesante recessione mondiale.

E oggi? Possiamo individuare qualche bolla all’orizzonte? Qualcuno parla di bolla legata ai “FANG”, i titoli legati in qualche modo ad Internet che stanno raggiungendo valutazioni veramente elevate (FANG è l’acronimo di Facebook, Amazon, Netflix, Google). Ci occuperemo di questi possibili scenari in uno dei prossimi post dove cercheremo di analizzare più approfonditamente il modello di business di queste aziende e le loro prospettive future.

 

I presupposti delle bolle speculative

Dalla descrizione di tutte queste bolle possiamo evidenziare alcuni tratti comuni che ci aiutino a spiegare come e perché le bolle si formano?

Nel suo libro intitolato Euforia irrazionale, Shiller descrive le bolle speculative in termini di “retroazione di feedback positivi”. Una bolla comincia quando un gruppo di azioni inizia a salire. Questo upside incoraggia sempre più persone ad investire, provocando una sorta di effetto valanga per cui aumenta sempre più l’interesse attorno a queste azioni. Ne iniziano a parlare tv e giornali, e anche i vostri amici davanti ad un aperitivo vi raccontano di quanti soldi abbiano fatto investendo in quella specifica azione. Probabilmente per non sentivi gli unici sciocchi che non approfittano di questo trend, decidete anche voi di investire. Ma l’intero sistema è una specie di catena di sant’Antonio, e si regge solo fino a quando esistono investitori creduloni disposti ad entrare nel gioco ed acquistare azioni di altri che sono già dentro. Quando si esaurisce la riserva di stolti, il gioco è destinato a crollare.

Come possiamo proteggerci dal rischio di incappare in bolle speculative?

In primo luogo analizzando sempre i dati a disposizione. Se una azienda quota a multipli P/E elevatissimi, per quanto valida sia, sta già scontando nel prezzo ipotesi di crescita incredibili per i prossimi anni. Siamo davvero sicuri di voler investire?

Inoltre vale sempre il principio del più grande investitore del mondo: Warren Buffet: investiamo solo in ciò che siamo in grado di comprendere oppure restiamo fuori dal gioco.

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